Roberto Ranzani, insieme all’allenatore Sergio Pini, in forza al Cosenza Calcio nel 1989 quando Bergamini morì, furono i primi ad accorrere sulla statale Ionica la sera del 18 novembre quando il corpo del centrocampista di Boccaleone venne trovato senza vita. Nessuno quella sera e nemmeno nei giorni successivi sentì la necessità di fargli qualche domanda, di chiedergli che idea si era fatto del presunto suicidio del ragazzo. In fondo sarebbe stato normale ascoltare che cosa aveva da dire il direttore sportivo, una figura di riferimento importantissima per chi, come Denis, avvertiva e rispettava la disciplina della squadra. Invece non accadde, per negligenza o per trascuratezza non lo sappiamo. Succede oggi, 22 anni dopo, su impulso dell’inchiesta riaperta da pochi mesi dalla procura di Castrovillari per omicidio volontario, dopo le pressioni della famiglia di Donato Bergamini che insieme a tantissimi altri sportivi, appassionati di calcio, deputati e gente comune non ha mai smesso di credere che fu un finto suicidio
Direttore, l’hanno chiamata i carabinieri?
«Sì, l’altro ieri da Castrovillari. Mi vogliono sentire ma hanno delegato i colleghi di Ferrara, per me è più comodo così. E’ la prima volta in 22 anni che qualcuno delle foze dell’ordine mi chiede qualche cosa sulla morte di Donato Bergamini»
Ha mai creduto al suicidio?
«No, questa è una storia con dei buchi neri incredibili. L’ex fidanzata (Isabella Internò, ndr) racconta che Denis voleva scappare all’estero e invece poche ore prima era venuto al cinema con noi: perché non è scappato subito?».
Come l’ha saputo?
«Erano quasi le otto di sera, eravamo in albergo e Denis non c’era. Lo cerchiamo, in camera, dappertutto, ma niente. Poi chiamano al telefono Gigi Simoni e l’ex fidanzata gli dice che Denis si è buttato sotto a un camion a Roseto. Ma come, dico io, a 100 chilometri da qui? Prendo Pini e saliamo in macchina, non ci volevo credere. Dico ai ragazzi: ‘Se è uno scherzo ditemelo subito’, invece era così. Quando sono arrivato, Denis era ancora a terra, testa rivolta all’asfalto, aveva le scarpe ai piedi. Pulito. Chiedo della ragazza e mi dicono che è dai carabinieri, vado là e appena mi vede mi si butta tra le braccia e dice: ‘Voleva andare via, scappare all’estero’. Bergamini aveva 52 milioni in banca e quando è morto aveva 700mila lire in tasca: uno che scappa, prima passa a ritirare tutti i soldi, o no?».
Che cosa potrebbe essere successo?
«Non lo so, secondo me lui aveva un appuntamento con lei, l’ex fidanzata, ma non lo voleva far sapere, sarebbe tornato in albergo, nessuno se ne sarebbe accorto e invece... tutti noi non abbiamo mai creduto che si fosse ammazzato, ma che cosa potevamo fare? Forze dell’ordine e magistratura avvaloravano la tesi del suicidio...»
Boss legati all’ndrangheta frequentavano il vostro ambiente?
«Noi avevamo un dirigente, Santino Fiorentino, che aveva sposato la sorella di Antonio Paese che poi venne ucciso a colpi di pistola nel ’91. Ma Santino era una persona corretta, almeno per quanto ne sapevamo noi, aveva un negozio e di quello viveva».
Michele Padovano sa qualcosa che potrebbe aiutare l’inchiesta?
«Lo sento spesso, è un ragazzo cui sono rimasto legato. Con Denis e Michele siamo andati in B, abbiamo sfiorato la A. Si è rovinato con quella storia di droga anche se nega tutto e mi dice che ne uscirà a testa alta».
Dopo 22 anni c’è qualche speranza di verità?
«Anche un piccolo particolare può servire: Donato era eccezionale. Dicevano droga, tutte balle per me, o calcio scommesse. Ma chi compra un giocatore per corromperlo prende un difensore, un portiere o una punta, mica un centrocampista come lui».
Rimorsi?
«Assolutamente, avevo a che fare con un ragazzo stupendo, mai pagato multe, puntualissimo e determinato con grinta e voglia di vincere . Non ho mai dubitato di lui, non ne avevo motivo, io so questo e questo racconterò. Denis avrebbe potuto fare cose molto importanti nel mondo del calcio».
Ma qualcuno l’ha fermato prima, a 27 anni, e non sappiamo ancora perché.
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