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domenica 18 dicembre 2011

BERGAMINI, NON FU SUICIDIO PER AMORE "IL CALCIATORE UCCISO DALLA 'NDRANGHETA"

Questa è la storia di un suicidio assistito. Dalla 'ndrangheta. La storia è quella di Denis Bergamini, centrocampista del Cosenza Calcio, buona tecnica e grandi polmoni, morto a 27 anni il 18 novembre 1989. Ufficialmente Denis si è suicidato, lanciandosi sotto un camion al chilometro 401 della statale 106 jonica dopo essere scappato dal ritiro e aver litigato con la fidanzata. Ventidue anni dopo la procura di Castrovillari - su richiesta della famiglia - ha però riaperto il caso. Ipotizzando che Bergamini sia stato ammazzato, forse perché coinvolto (a sua insaputa) in un traffico di sostanze stupefacenti. "Troppe le incongruenze e le coincidenze attorno alla vicenda" ammette il procuratore capo Franco Giacomantonio. Che da luglio a oggi ha messo in fila una serie di fatti e punti interrogativi. Eccoli.
Il giorno della scomparsa Bergamini è in ritiro con la squadra. Sono al cinema. Michele Padovano, l'ex attaccante della Juventus appena condannato a otto anni per traffico di sostanze stupefacenti, è il suo compagno di stanza. Racconta che quel giorno, verso le 15 e 30, Bergamini ricevette una telefonata che lo "turbò moltissimo". Mezz'ora dopo, prima dell'inizio del film andò via. Prese la sua Maserati e si fermò sotto casa della fidanzata, Isabella Internò, che tre giorni fa è stata nuovamente interrogata dai magistrati che si occupano della vicenda. La ragazza racconta che salita in auto Denis le chiese di accompagnarla a Taranto perché doveva imbarcarsi. "Voleva lasciare l'Italia per le Hawaii o le Azzorre". Perché dovesse partire dal porto di Taranto per andare in posti esotici è un mistero. Ma è uno dei più piccoli in questa storia.
"Alle 17 e 30 - racconta a verbale un carabiniere, Francesco Barbuscio, all'epoca in servizio alla stazione di Roseto Capo Spulico - l'auto di Bergamini veniva fermata al posto di blocco, capeggiato dallo scrivente, per poi proseguire e fermarsi a circa 4 chilometri da Roseto, esattamente al Km 401, in uno spiazzo posto sulla destra. Qui hanno conversato (...) e secondo la fidanzata Internò Isabella, aveva come oggetto la sua partenza dall'Italia, tanto che ebbe a dirle di tornarsene a Cosenza con la sua auto, mentre egli avrebbe chiesto l'autostop fino a Taranto. La ragazza gli raccomandava di desistere ma Bergamini usciva dall'auto (...) In quel momento la statale 106, con direzione Taranto, veniva percorsa dall'autocarro Fiat 180 condotto da Pisano Raffaele, il quale aveva visto l'auto parcheggiata fuori strada e una persona che vi stava davanti. Appena il pesante autocarro era giunto in corrispondenza della Maserati, Bergamini repentinamente si è lanciato buttandosi sotto la ruota anteriore del mezzo trascinandolo in avanti". Morto. Suicidato.
Venti anni dopo però cominciano ad arrivare i buchi. Il primo: il corpo di Bergamini è praticamente intatto. Ha solo un livido alla tempia, come se fosse stato stordito. Ma per la ricostruzione è stato trascinato per almeno cinquanta metri. Tanto è intatto, che l'orologio che Bergamini portava al polso funziona ancora. Il padre non se ne separa mai. Quel giorno pioveva a dirotto. E invece i vestiti sembrano puliti di tintoria. L'autopsia dirà che è morto per uno schiacciamento. Ma sul corpo non ci sono escoriazioni di nessun tipo. Il camionista viene ascoltato solo una volta. Poi quando il caso viene riaperto è dato per morto. E invece è ancora vivo. La Maserati allora non venne sequestrata. Oggi è stata ritrovata ed è arrivata la scoperta: aveva il doppio fondo. E secondo alcuni era utilizzato per il trasporto di droga a insaputa di Bergamini. Una risposta definitiva arriverà dai Ris di Messina che la stanno analizzando. Due annotazioni sull'auto: Denis non voleva acquistarla, lo aveva convinto un dirigente del Cosenza prospettandogli un affare. Quella Maserati seguiva sempre il Cosenza in trasferta. "Chi avrebbe mai cercato droga al seguito di una squadra in trasferta?" si chiedono ora gli investigatori. Ancora: i tabulati dei telefoni di Bergamini sono spariti. Due magazzinieri del Cosenza avevano detto al papà di Denis che avrebbero voluto parlargli. Ma dopo qualche giorno morirono in un altro incidente stradale, proprio sulla 106. Infine gli orari: servono novanta minuti per percorrere la strada. Se si sommano le due ore di discussione, si arriva alle 19 e 30 della morte verbalizzate dal carabinieri. Ma il barista dove la fidanzata di Denis (accompagnata da un uomo mai identificato) va a telefonare all'allenatore del Cosenza per raccontare dell'incidente non ha dubbi: "Non era buio, fuori si vedeva bene. Non erano le 19 e 30". Non era buio. Effettivamente sembra giallo.


FONTE: LA REPUBBLICA.IT

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sabato 10 dicembre 2011

MORTE BERGAMINI, NON SI PUO' FAR FINTA DI NIENTE

Come è morto Denis Bergamini? Un suicidio come ben due sentenze hanno stabilito oppure un omicidio? Lo sappiamo: non sono domande nuove, anzi sono quesiti vecchissimi, subito affiorati sulle bocche di molti da quando quel povero ragazzo emiliano, idolo della tifoseria del Cosenza, venne trovato morto sulla statale Jonica in quel maledetto giorno di pioggia e di tristezza del novembre 1989. Lo sappiamo: da noi i processi non finiscono mai. Lo sappiamo: siamo un paese dove non si riesce mai a sollevare la nebbia su certe brutte storie, a cominciare dai grandi misteri della storia recente. Da Pinelli alla strategia della tensione, alle bombe fasciste, al terrorismo rosso. E poi Ustica, le stragi della mafia. Anche quando ci sono sentenze definitive con colpevoli accertati e condannati o innocenti proclamati, restano tanti interrogativi. Una volta è il Potere, una volta sono i Servizi, una volta indagini e sentenze sbagliate. Non si sa mai se per incapacità o perché pilotate. Bergamini è tutta un’altra storia. Ma una brutta storia anch’essa. Una tragedia di una realtà piccola e provinciale. Denis non era certo un nome che richiamava i titoloni sui giornali. Anche se la sua fine è stata oggetto di articoli su articoli, ha riempito fascicoli giudiziari, ha prodotto anche qualche libro. Ma il giallo che circonda l’epilogo di questa vita giovane non viene risolto. Anzi con il passare degli anni si infittisce. Al punto che uno dei protagonisti della vicenda – il conducente del camion che avrebbe investito il calciatore che s’era buttato sotto il mezzo – viene considerato addirittura morto mentre è vivo e vegeto. Non che questo sia una colpa, beninteso. Come non è una colpa essere il padre di una persona coinvolta in una inchiesta mafiosa. Oltretutto parliamo di uno che è stato assolto due volte dall’accusa di omicidio colposo. Resta il fatto che ci sono troppe cose che non combaciano, troppe testimonianze che lasciano perplessi come scrive il nostro Francesco Mollo nelle due pagine che abbiamo dedicato al caso. E poi documenti spariti, reperti che non si trovano. Insomma, lunghe ombre continuano a oscurare quella morte e quegli anni di splendori e miserie della Cosenza pallonara e non. Droga e scommesse, per intenderci. Non stiamo rivelando nulla di nuovo ma se anche i familiari di Bergamini sono disposti ad accettare verità “pesanti” sul figlio, forse è il caso di riconsiderare queste ipotesi. Anche perché la sensazione – che non è una prova, neanche questa – è che il calciatore sia venuto a conoscenza di cose che non doveva sapere. Sono ipotesi, sussurri, niente di più. E forse non si arriverà mai a capire davvero che cosa sia successo negli ultimi istanti di vita di Bergamini. I familiari continuano a chiedere giustizia per Denis. Hanno ottenuto una nuova inchiesta presso la Procura di Castrovillari, hanno riportato il caso in tv, sperano che la verità ufficiale – fu suicidio – venga smentita. A noi tocca esortare chi deve svolgere le indagini affinché non tralasci nessuna strada per dare risposte definitive e certe su quella morte assurda. Che non si metta poco impegno perché è una storia vecchia come tante altre. Che non si scrollino le spalle. Lo vogliono la madre, il padre, la sorella. Lo chiedono quei tifosi ancora innamorati di quel ragazzo con la maglia rossoblù e il numero 8 sulle spalle. La verità, soltanto. (Ilquotidianoweb)

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venerdì 2 dicembre 2011

ALLA SOCIETA' SI CHIEDE CHIAREZZA

Messina batte Cosenza 2 a 1, in molti avranno giocato questo risultato alle scommesse sportive, ma siamo altrettanto certi che finita la partita il rammarico sia montato in tutti. Questi ragazzini terribili hanno lottato, sbuffato, messo paura al titolato Messina addirittura nella loro tana, ma poi per un tiro da trenta metri e per la solita ingenuità si sono visti costretti a ritornare a casa con un pugno di mosche in mano. Nonostante si fosse partiti con il gap di una rete segnata fortunosamente dagli avversari ad inizio gara i ragazzini di Patania si sono messi di buzzo buono ed hanno recuperato la gara, a dire il vero con un altrettanto "impossibile" calcio di punizione di Varriale. Quando tutto lasciava pensare che la partita sarebbe finita in parità ecco l'ennesima "frittata" che ti avvilisce nell'animo. Allora una cosa è certa questa squadra non può più continuare in queste condizioni. È veramente un peccato continuare a dilapidare punti in un campionato che a definirlo abbordabile si rischia un eufemismo. Non si può e non si deve rimanere indifferenti dinanzi al lavoro del tecnico, al lavoro dei ragazzi, al lavoro dello staff tecnico, al sacrificio di quei tifosi che nonostante tutto hanno seguito la squadra ancora una volta.
Qui si rischia di bruciare giovani talenti e quindi il capitale stesso della società e quindi il progetto che sta alla base di questa avventura societaria sol perché non si ha il coraggio di determinarsi. Ormai siamo a quattro mesi pieni di attività ed alla società è stato concesso tutto il tempo necessario per organizzarsi a dovere e nei minimi particolari ed invece siamo costretti a sentire ancora Stefano Fiore lamentarsi delle indecisioni societarie.
Se Stefano Fiore comincia a palesare dei dubbi sul progetto ci viene difficile pensare che persone, per quanto stimate ed apprezzate nel mondo imprenditoriale, possano condurre questa "baracca" da soli. Nel momento in cui Stefano Fiore non dovesse credere più in questo progetto sarà difficile ipotizzare un futuro per questa nuova società.
Non è possibile che al 27 novembre non ci sia uno straccio di programma da presentare a Fiore, non è più possibile tollerare che si continui a perdere perché Patania non ha nemmeno la possibilità di mandare in campo tanti giocatori come da regolamento e debba continuamente stravolgere ruoli e moduli per presentare una squadra che giochi con costrutto.
Siamo ormai ad un crocevia e il presidente Guarascio e soci devono farci capire quale strada vogliono prendere. Alle dichiarazioni di facciata dovranno seguire atti concreti.
(Il Gazzellino Della Calabria)


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